Nome: Sandro Gugliermetto Non ho fatto il musicologo. Non sono diventato un cantante lirico. Ho buttato alle ortiche - non per sbaglio - il dottorato in letteratura francese. Continuo ad occuparmi di tutte queste cose.
Dedico il mio tempo alla politica, nonostante abbia studiato.
Sono un giovanissimo 37enne, nato in Piemonte, che del Piemonte trattiene soltanto il tifo per il Torino (ma questa, ancora, è politica) e il gusto per il vino delle Langhe. Ho vissuto tutta la mia vita adulta a Cremona, della quale non trattengo e non tratterrò mai il clima e l'aglio nel salame.
Credo di aver qualcosa da dire, ma forse mi sbaglio.
Sarà pure diventato fuorilegge, ma dare un'occhiata agli elenchi dei redditi del 2005 della propria città è molto istruttivo. Ma non per parlarvi - come fanno tutti - del ristoratore che dichiara zero o del commerciante che starebbe comunque morendo di fame, no: prendiamo per un attimo le dichiarazioni per buone, e vediamo un po' cosa se ne ricava. Nella mia città - che è una città benestante, in media - il più ricco è un signore che non conosco, e mi dicono sia un imprenditore con residenza qui. Il secondo più ricco è un imprenditore notissimo, magnate europeo dell'acciaio, personaggio tanto potente quanto discusso e discutibile, ma sicuramente un imprenditore innovativo e coraggioso. Fin qua, tutto mi fila liscio: che un imprenditore, tanto più se dinamico, diventi molto ricco è nell'ordine delle cose, fa parte del nostro sistema economico. D'altronde lui è ricco, ma in quanto imprenditore crea ricchezza, e dà lavoro a mezza città : ci sta pure, che la sua azione gli abbia procurato un reddito milionario. I problemi vengono dopo: quando cioè si scopre che il terzo più ricco della città è quel notaio dal quale, quattro anni fa, firmai il rogito per casa mia. E non è mica l'unico: anche il sesto o settimo della lista è un altro celebre notaio, e chissà quanti altri che non conosco, dato che non firmo un rogito a settimana. È qui, che viene da riflettere: quale ricchezza crea, un notaio? A quante famiglie dà il modo per mantenersi onestamente e decorosamente? Di quale coraggio innovativo, di quale rischio personale va premiato? Di quante notti insonni va ricompensato? Quale ricchezza ridistribuisce su quel territorio che gli consente di prosperare? E soprattutto, ripensando al mio costosissimo rogito di quattro anni fa, a chi li prende i soldi, il notaio, quale sforzo ci mette, quali competenze opera? Insomma: se i primi due meritano un plauso per essere riusciti a raggiungere quei traguardi, il notaio no. Il notaio meriterebbe un calcio in culo per essersi arricchito coi nostri soldi senza fare una cippa.
Sui recenti fatti di Verona, si sono sentite da parte di autorevolissimi esponenti della destra molte sconcezze, come il fatto che bruciare una bandiera sarebbe peggio che uccidere una persona. Ma qua e là , si sono sentite anche delle espressioni assolutamente condivisibili. Mi riferisco, per esempio, alle dichiarazioni di Schifani, che cito dal Corriere: "Sono giovani che non stanno bene, che non hanno equilibrio. Giovani che chiedono di essere rieducati. È come se ci fosse un pezzo della gioventù italiana che non riesce a trovare un suo percorso e la severità della pena va coniugata con la funzione rieducativa". Probabilmente, è vero pure che dietro l'aggressione di Verona non ci sia alcun riferimento ideologico, come va ripetendo Fini, anche se varrebbe la pena di chiedersi come mai, così spesso, gli autori di certe violenze bestiali si raggruppino abitualmente sotto quelle svastiche e quelle croci celtiche che confinano così drammaticamente con l'attuale maggioranza di Governo. Eppure rimangono delle domande. Se l'assassino è un rumeno a) è colpa del sindaco, b) i rumeni sono tutti delinquenti per ragioni antropologiche, c) non c'è un cazzo da rieducare, galera e buttare la chiave o, come unica alternativa, la magica parola dell'"espulsione", che tanto se un rumeno ammazza una rumena in Romania a noi non ce ne importa un fico secco. Se l'assassino è un veronese, d'incanto ci ricordiamo che la nostra Costituzione (ma la nostra storia, ma il nostro diritto, ma la nostra umanità ) ci ricorda che ogni pena deve tendere alla rieducazione del condannato, non tiriamo in ballo il sindaco, non parliamo del degrado delle nostre città , e nemmeno riecheggia per una volta quell'altra magica parola:"sicurezza".
"I morti sono tutti uguali", sì. È che da qualche tempo, in Italia, sono gli assassini ad essere considerati un po' troppo diversi.
Secondo me, è una buona notizia. Mi riferisco alla diffusione dei dati Istat, secondo i quali nell'ultimo periodo la contrazione dei consumi ha investito anche le spese alimentari. Mi è subito tornata alla mente quella signora napoletana che, quand'ero ragazzo, saliva a casa nostra a fare le pulizie. La signora Consiglia era da poco emigrata in Piemonte con la sua famiglia, e subito aveva trovato una relativa abbondanza di mezzi. Erano in cinque e lei cucinava regolarmente, ad ogni pranzo, sette bistecche: il marito, volendo autodimostrarsi la raggiunta agiatezza, pretendeva di vedere ogni giorno due bistecche scivolare nella spazzatura. Sarà stato un eccesso, per carità , ma alzi la mano chi non svuota periodicamente il frigo da alimenti scaduti o avariati. Io stamattina ho gettato una cotoletta, mezzo pomodoro, mezzo cespo di lattuga e un uovo (spesa da single, scarti da single; ma sempre scarti sono). E allora: se serve un periodo di difficoltà economica per suggerirci di non comprare troppo e non gettare il cibo, ben venga quel periodo. Mi puzza, tanto, questa retorica dei consumi che sembra diventata un'ideologia. Mi pare proprio che non si possa, contemporaneamente, fare campagne contro gli sprechi alimentari o campagne per la riduzione dei rifiuti, e auspicare che i consumi alimentari crescano: i due termini si elidono fatalmente.
Recita un decreto ministeriale che "Il Ministro delle finanze dispone annualmente la pubblicazione degli elenchi dei contribuenti il cui reddito imponibile è stato accertato dagli uffici delle imposte dirette (...) Gli elenchi sono depositati per la durata di un anno, ai fini della consultazione da parte di chiunque". Chi l'ha scritto? Visco? Forse. Bisognerebbe scoprire cosa faceva Visco nel 1973, dato che il decreto (tuttora in vigore) è di quell'anno (DPR 600/73; ho citato l'art. 69).
A quel signore (o signora, mboh) che tutti i giorni da una settimana buona mi piomba nel blog digitando su google "canta una voce poco fa": se proprio non riesce a scoprire chi canti quell'aria, mi mandi una mail e le spiego tutto. Se vuole, le mando anche qualche mp3. Lo dico per lei, eh? che questo sforzo oltre che ossessivo sta diventando un po' maniacale, se non ci fa attenzione!
Cito La Repubblica: «Orgogliosa di essere fascista e di credere negli stessi valori di papa Ratzinger e del cardinale Ruini. Così il candidato premier della Destra, Daniela Santanchè, ha esordito a Napoli in occasione della presentazione del programma del partito. "Se fascista significa essere contro l'egemonia della sinistra - ha detto - e a favore della cacciata dall'Italia degli immigrati clandestini, allora lo sono, come papa Ratzinger e il cardinale Ruini"». Tiro un sospiro di sollievo: non sono l'unico a pensare certe cose sul Tetesco e su don Camillo.
Dopo quella di Padre Pio, assistiamo stupefatti ad un'altra riesumazione: quella di Ciarrapico, detto il Ciarra, che io pensavo fosse morto e invece mi confondevo con Sbardella. Cari ricordi di gioventù, di quel collasso della Prima Repubblica al quale assistevamo con trepidazione e fervore, nella stupida speranza che la Seconda non potesse essere peggio della Prima. Francamente ignoravo che il Ciarra fosse così fascista, ma nemmeno me ne stupisco. Sono anche convinto che, comunque vada, nel prossimo Parlamento egli si troverebbe in compagnia di numerosissimi altri camerati. E nonostante la mia religione antifascista, di Ciarrapico non mi inquietano le nostalgie, ma le attività presenti e del passato recente. Ne cito qualcuna, a caso: bancarotta fraudolenta della Roma Calcio (condanna a due anni di reclusione); finanziamento illecito ai partiti (altra condanna penale); condanna nel processo relativo al crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, a seguito del quale non ha mai risarcito i danni alle parti civili cambiando continuamente residenza: la delinquenza impunita e furba dei potenti. Se avessi voglia di cercare altre fonti, verrebbero fuori altre cose - a memoria ricordo la storia della "Casina Valadier", ma non ricordo come finì, e il suo intervento nel "Lodo Mondadori", ovvero uno degli affari più zozzi di quel periodo di intrecci tra politica e affari. Insomma, quand'anche il Ciarra non fosse orgogliosamente fascista, solo in Italia un partito di governo, e che rappresenta quasi mezzo paese, si può permettere di spedire al Senato un lestofante di questa natura.